Sull’antico porto fluviale di Narni: facciamo il punto

Nov 29 • Lifestyle • 2176 Views • Nessun commento su Sull’antico porto fluviale di Narni: facciamo il punto

Lo scopo di questo articolo è di riassumere tutti i dettagli che sono stati fin qui raccolti circa l’area archeologica del Porto Fluviale di Narni, in modo da consegnare agli studiosi una serie di importanti informazioni su cui ragionare in vista di una lettura definitiva del sito. Rimane infatti irrisolta la questione degli incavi presenti nel lungo canale parallelo al fiume Nera, che aveva indotto ad ipotizzare ad un antico assemblaggio di imbarcazioni in loco. Diversi archeologi si sono detti possibilisti rispetto a tale lettura, altri invece si sono rivelati scettici. La realtà è che ad oltre dieci anni dalla riscoperta di questo sito, non si è ancora arrivati ad una spiegazione in grado di confermare o di negare a pieno l’ipotesi di un cantiere navale, se è lecito chiamare così una struttura magari utilizzata giusto come bacino interno, o forse atta solo alla costruzione di semplici zatteroni fluviali.

LA NAVIGAZIONE DEL FIUME NERA NELL’ANTICHITÁ

Il primo a confermare la navigazione del Nera è il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10). Nel citare Narni, che ricordiamo conquistata dai Romani nell’anno 299 a.C., egli ci dice che il fiume poteva essere navigato “con imbarcazioni non di grosse dimensioni” (“lembis non magnis”). La Geographia si ritiene pubblicata nell’ultimo scorcio di vita dell’autore, che visse tra il 64 a.C ed il 20 d.C.

IL VIAGGIO DEL CONSOLE PISONE

Un evento cruciale per la comprensione del sito è relativo al viaggio del console Gneo Calpurnio Pisone, che nel 19 d. C., di ritorno dalle provincie della Dalmazia, una volta giunto a Narni, decise di giungere a Roma seguendo la via fluviale, in modo da non destare sospetti. L’episodio è riportato in Tacito (Annales, III, 9). È da ritenere che Pisone si imbarcò insieme ad un discreto numero di persone. L’autore ci dice infatti che, arrivati a Roma presso la tomba dei Cesari, il console si fece avanti “tra uno stuolo di clienti” e sua moglie Plancina “con il suo seguito di donne”. Interessante segnalare come Tacito abbia adoperato la parola “navem”. Questo è peraltro l’unico passaggio in cui le fonti classiche riferiscono del bacino del Tevere navigato per il trasporto di persone oltre che di merci (Le Gall, 2005).

LA POSIZIONE DEL PORTO

Invitiamo a tenere in considerazione un presupposto essenziale. Il fiume Nera comincia ad essere completamente navigabile solo all’uscita della cosiddetta Gola di Narni, circa 900 metri a valle dell’abitato di Stifone (zona conosciuta con il toponimo “Le Mole” in virtù dei numerosi mulini lì presenti in epoca medievale). Il dato della non navigabilità a monte è confermato dalle numerose rilevazioni tecniche che vennero effettuate all’inizio del 1900, quando si era in progetto di realizzare una via navigabile da Terni a Roma. Fuorviante è quindi indicare acriticamente Stifone come sede dell’antico porto. Nessun reperto archeologico inerente ad una simile struttura è stato mai rinvenuto all’altezza del paese.

IN LOCALITÁ LE MOLE I RESTI DEL PORTO

Il primo ad aver individuato la posizione del porto fu il gesuita Fulvio Cardoli nel XVI secolo, di cui riconobbe le vestigia. Scrisse infatti: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera, dopo aver lottato strettamente rinchiusa tra mezzo altissimi monti, contro l’impaccio degli scogli e de’ sassi del suo letto, incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. L’indicazione venne confermata nel 1879 dal marchese Eroli, che si era interessato alla questione nel voler dimostrare come il fiume Nera non fosse mai stato navigabile a partire da Terni. Un suo informatore (l’ing. Fabiani) riferì infatti di aver visto, presso le “molina di Montoro”, due grossi pilastri con anelli di ferro che giudicò costruiti per legarvi le barche. Parte di questi reperti sono ancora visibili oggi nell’alveo del fiume, su entrambe le sponde.

LE ALTRE INDICAZIONI FORNITE DAL GESUITA

Tra i dettagli segnalati dal Cardoli, ve ne sono anche altri non più individuabili in loco, che riportiamo al fine di fornire ulteriori indicazioni utili alla decifrazione dell’area. Il religioso, oltre ai ferrei anelli, vide “lo spazio selciato dove menavasi gran mercato delle cose o da importarsi e da esportarsi” e “un antico bagno con le pareti quasi intatte costrutte a opera segnina ed intonaco”, in corrispondenza di una “polla di acqua perenne”. È molto importante tuttavia tenere a mente come il gesuita non fu in grado di fare una ricognizione completa dell’area, in quanto “alcuni strati di acque stagnanti [impedivano] di farsi innanzi”.

EPISODI STORICI CHE CHIAMANO IN CAUSA L’AREA GEOGRAFICA

L’area viene indirettamente richiamata in un episodio dell’anno 207 a.C. narrato da Tito Livio (Ab Urbe Condita, XXVII, 50). Lo storico racconta infatti di come il Senato romano, allo scopo di bloccare un ricongiungimento tra Annibale e Asdrubale, avesse stabilito di piazzare nei pressi di Narni l’esercito urbano. L’accampamento venne posizionato “all’ingresso della stretta che si apre sull’Umbria” (“in faucibus Umbriae opposita erant”). Si ricorda come i resti del porto sorgano proprio allo sbocco della stretta gola.

MONTORO VECCHIO

Quasi nessuno ha fino adesso considerato la storia di questo antico paese che sorgeva proprio sull’altura a ridosso del porto, quindi in una posizione fortemente strategica, poichè a controllo del corridoio di ingresso alla gola. I primi riferimenti a Montoro Vecchio, conosciuto anche come Castri Montis o Castel del Monte, sono relativi all’anno 1232, sebbene i sondaggi effettuati dagli archeologi lasciano intendere una sua origine molto antecedente a quella data (si veda Sisani, 2006). Saccheggiato dai Lanzichenecchi nel 1527, quindi abbandonato in seguito ad una pestilenza nel 1591, il paese è stato definitivamente cancellato dai bombardamenti della II Guerra Mondiale. Rimangono i segni di un castelliere con cinta muraria in opera poligonale. Siamo dell’opinione che accertare l’epoca della sua fondazione possa costituire un altro tassello importante per la comprensione del quadro. Nel 2007, appena sotto a Montoro Vecchio, ad una distanza di circa 400 metri dal porto, è stata individuata una consistente cisterna, profonda 25 metri ma ostruita da una frana, che gli archeologi intervenuti hanno valutato grande abbastanza per il fabbisogno di un discreto insediamento abitativo. All’interno erano presenti diversi frammenti di ceramica romana, fra le quali alcuni resti di anfore. Nel 2010, sempre a ridosso del borgo disabitato, sono stati scoperti i resti di una chiesa datata al 1300 circa. Insieme alle strutture murarie, sono emersi anche stavolta vari frammenti di epoca romana, tra cui puntali di anfore da vino ed olio, piccoli vasi in ceramica biscotto, manici di anfore e brocche (si veda Lisciarelli e Suadoni, 2010), nonché dell’età del Bronzo. La distanza di questa basilica dalla riva destra del Nera è di circa 300 metri.

GLI ALTRI REPERTI ARCHEOLOGICI RINVENUTI NELL’AREA

A nostro avviso, la frequenza con cui i reperti sono emersi dal terreno circostante, tra il XIX secolo e oggi, pare escludere la semplice casualità. Tutti sono stati ricollegati all’epoca romana. Nel 1850, in località “Orto della Molina”, venne alla luce una stele funeraria dedicata a Gargilius Ianuarius (si veda Eroli, 1858). Nel 1914 furono rinvenuti i resti di una vasca ad uso termale, con muri di opera laterizia poi datati al II secolo d.C. (si veda Giglioli, 1914). Qualche anno più tardi (1937 o 1947) fu recuperato un mosaico a tessere databile all’età imperiale. Nel 1970, dallo stesso lembo di terra da cui derivano i primi due reperti qui indicati, fu recuperata una seconda stele funeraria, dedicata stavolta a Pompeius Sabinus (si veda Monacchi, 1996). Che la zona in prossimità del fiume fosse molto ricercata per le classi agiate dell’epoca viene inoltre confermato da Plinio il Giovane (Epistolarum, I, 4), laddove riferisce di un “bagno” nella residenza della suocera Pompeia Celerina nel territorio di Narni.

I BOLLI LATERIZI

Non lontano dal porto fluviale, nei terreni attorno all’abbazia di Santo Stefano, furono rinvenuti nel 1859 una serie di bolli laterizi, conosciuti oggi con il nome di “figlinae Narnienses”. Sulla base della successiva classificazione effettuata dal marchese Eroli, si è stabilito che la produzione laterizia narnese possa accertarsi già dal I secolo d.C. con le officine di T. Sarius Secundus. Essa sarebbe poi continuata almeno all’anno 161 d.C. con i “praedia Narnensium” a Venere. Molti studiosi sono concordi nel ritenere che questi bolli venissero inviati a Roma tramite la via fluviale, e che le officine si trovassero quindi in prossimità del Nera. Tale interpretazione si ritrova in Pietrangeli (1941), Mansuelli (1973), Tomei (1983), Bertelli (1985) e Quilici (1986).

LA VIABILITÁ VERSO IL PORTO

Nel ridisegnare l’antica viabilità tra Narni ed il porto, tornano ancora utili le parole del gesuita Cardoli dove afferma: <<Dilungandosi circa un miglio della citta’ e fuori di porta Romana, osservasi a destra della via Flaminia nel fianco del monte, che presso l’edicola dell’Annunziata sovrasta al fiume, impressa nei sassi una rotaja: imperocche’ esiste lungo il dorso del sassoso e scosceso monte una via larga ben arginata da potervi insino al detto porto trasportare a carri le merci e i frutti raccolti dai campi e altre cose da traffico per poi caricarne le barche>>.

LA STORIA POPOLARE DELL’ANTICA COSTRUZIONE DI BARCHE

C’è una ragione ben precisa se al momento del rinvenimento del porto alcune sue strutture sono state subito ricollegate all’antica presenza in loco di una struttura cantieristica. Quella della costruzione di barche era infatti una voce popolare che si era tramandata nei secoli, come dimostra una testimonianza pubblicata nel 1924 da Rutilio Robusti, divenuto poi sindaco di Narni e presidente della Provincia di Terni. Scrisse in merito alla frazione di Stifone: “L’origine della parola Stifone è greco-pelasgica e servì per indicare una località dove si dovevano costruire e varare delle barche o zattere di legame per essere inviate verso Roma o altrove, per poi servire a costruzioni navali di mole maggiore”. Sebbene sussistano dubbi legittimi circa la vera origine del toponimo Stifone, va segnalato come l’autore avesse citato pure l’esistenza di un altro antico scalo fluviale nei pressi di San Liberato, detto degli “Scaloni”. L’attendibilità di questa notizia è stata confermata dagli anziani del posto. Il sito è andato tuttavia cancellato con la creazione del lago artificiale. A un cantiere navale fa riferimento anche Guerriero Bolli (1986 e 1992), stimato studioso locale che ha scritto diversi volumi sulla storia del territorio.

LE QUESTIONI IRRISOLTE

Non ci soffermeremo qui sui reperti visibili all’interno dell’alveo fluviale, nell’idea si sia ormai giunti ad un accordo circa la loro attinenza con le vestigia citate dal Cardoli. Piuttosto, è sulle strutture presenti in un canale parallelo al fiume stesso che vogliamo puntare i riflettori, trattandosi di testimonianze la cui antica funzione non è ancora stata stabilita e che continuano a dividere gli studiosi avvicinatisi all’argomento. Il canale di cui stiamo per parlare è imponente, ed è stato per buona parte scavato tagliando di netto una roccia molto dura. Nessun autore prima del XXI secolo aveva mai fatto cenno a tale opera, probabilmente celata al Cardoli dalle acque stagnanti. Il canale misura 280 metri in lunghezza, 16 metri in larghezza e circa 6 metri in profondità (ci sono un metro e mezzo di sedimenti nella parte di maggiore interesse). All’interno di esso si trovano due pareti, di cui una quasi intatta. Esse presentano una serie di incavi a forma quadrangolare, disposti su tre file, piuttosto regolari e simmetrici sui due lati, che si estendono per circa 13,5 metri da un lato all’altro. In totale, si presume che di tali incavi se ne potessero calcolare 60, almeno stando alle indicazioni che è possibile ricavare dalla parete sostanzialmente integra (l’altra è in parte crollata o interrata). Sono proprio questi incavi che hanno favorito lo sviluppo dell’ipotesi di una struttura riferibile ad un cantiere per la costruzione di imbarcazioni. Essi avrebbero infatti alloggiato dei sostegni lignei posti a contrasto con lo scafo in costruzione, pratica che, seppure con modalità differenti, si ritrova nella costruzione navale di epoca antica e moderna. La sezione triangolare degli incavi lascia intendere il sostegno di elementi dal basso verso l’alto. Secondo una carta catastale della metà del XX secolo, il canale era probabilmente in origine collegato al fiume sia a monte che a valle. La costruzione di mulini lungo la parte finale, che vengono riferiti all’epoca medievale, ha tuttavia modificato l’uscita del canale stesso, mentre l’apertura a monte è stata murata con la costruzione di un ponte lungo la sovrastante Via Ortana. Non faremo qui nomi, perché non è nostra intenzione accreditare uno studioso o screditarne un altro. Un apprezzato docente di archeologia ha tuttavia definito il canale “un vero e proprio unicum archeologico”.

L’IDEA DI UN CANTIERE NAVALE

Quando nel 1969 il prof. Alvaro Caponi (che non è un archeologo ma bensì un professore di storia dell’arte) si è imbattuto in quei resti, non ci ha messo molto a ricollegarli a quella voce popolare di cui abbiamo riferito prima, relativa alla costruzione di barche associate alla frazione di Stifone. Caponi ha quindi elaborato una serie di interessanti bozzetti che mostrano come, a suo parere, doveva essere il funzionamento di tale struttura. Il carattere amatoriale della scoperta si è poi arricchito negli ultimi anni del necessario supporto bibliografico. Anche il sottoscritto (che non è un archeologo ma bensì un giornalista pubblicista) si è voluto cimentare con l’argomento, trasformando in un saggio quello che doveva essere solo un articolo di giornale. Ed è appunto da tale saggio, pubblicato nel 2012 da una casa editrice specializzata in materia, dietro consultazione con il suo comitato scientifico, che sono tratte le informazioni riportate in questo articolo. Ammetto di essermi anch’io lasciato in qualche modo condizionare dal fascino di storie che chiamavano in causa le battaglie condotte da Roma sul mare durante i tempi delle Guerre Puniche. Ribadiamo come vi siano 16 metri di distanza tra una parete del canale e l’altra. Se barche vi sono state realmente costruite, queste dovevano essere a mio parere anche di una certa consistenza, viste appunto le misure. Non dimentichiamo peraltro l’abbondanza di legname ricavabile dai boschi circostanti. Pure il mio è da intendersi come un contributo essenzialmente amatoriale, elaborato con lo scopo di suscitare l’attenzione della comunità scientifica rispetto ad un sito che giace ancora nel più totale abbandono. Senza presunzione, il saggio rimane comunque lo strumento fino adesso più completo per quanti vogliano avvicinarsi allo studio di questo sito archeologico. Duole perciò constatare come alcuni archeologici abbiano liquidato il volume prima ancora di aprirlo. E duole perché si era solo fornita un’ipotesi di lettura, e non certo una spiegazione definitiva, che non rientra né nei miei ambiti, né nelle mie competenze. Dimentichiamoci allora le Guerre Puniche, che tanto risulterebbe difficile per chiunque al momento stabilire con esattezza quali fossero le fattezze di un antico cantiere per la costruzione di quinqueremi e triremi. Ci rimane però difficile poter scambiare una qualsiasi opinione con chi, a priori, ha deciso che stavamo fantasticando senza essersi prima minimanente documentato.

LE LETTURE DIVERGENTI

Due sono sostanzialmente le letture che divergono dall’ipotesi di una struttura cantieristica. La prima, da alcuni ritenuta plausibile, è quella che ricollega tali incavi ai sostegni di un ponte in legno, o alle centine lignee per la costruzione di un ponte in muratura. Questa interpretazione troverebbe conferma dalla presenza di incavi analoghi presso altri ponti del narnese. Sembrerebbe pertanto una tecnica diffusa nell’antica costruzioni di siffatte strutture sul territorio. Nessuno degli altri ponti presenta tuttavia un numero così alto di incavi alla base, neppure il maestoso e celeberrimo Ponte di Augusto. Abbiamo avuto modo di vedere alcune immagini della manutenzione effettuata nel 1933 al ponte del Lecinetto, poco più a monte, che presenta a sua volta fessure sui piloni laterali. Ciò ci ha permesso di accertare la legittimità di una tale tesi, non fosse che nelle foto (proprietà di Leo Emiri) risulti evidente quanto uno o due soli puntelli per lato potessero bastare allo scopo, almeno nelle operazioni di rinforzo. Strano quindi che al porto de “Le Mole” si fosse predisposta una struttura capace di ospitare invece una sessantina di sostegni laterali, peraltro molto ravvicinati tra loro. Considerato inoltre lo spazio in orizzontale che intercorre tra le fessure (13,5 metri), tale ipotetico ponte dovrebbe poi intendersi particolarmante consistente, e non si spiegherebbe perché si fosse optato per una struttura tanto robusta per scavalcare solo il canale, e non anche il fiume. Siccome proprio in questi giorni si è riaperto il dibattito, l’ingegnere narnese Giuseppe Fortunati, con il supporto di un esperto docente di archeologia, sta adesso verificando la possibilità che un eventuale ponte proseguisse fino alla sponda sinistra del fiume (il canale è parallelo alla riva destra), anche cercando di datare le varie testimonianze nell’alveo e sulle rive. Rimane comunque incerta la funzione del canale, e perché si fosse deciso appunto di scavarlo se poi si è avuta la necessità di doverlo superare con un ponte. Lecito però presumere che fosse stato anche utilizzato per il rimessaggio delle imbarcazioni, al riparo dalle turbolenze del Nera. La seconda lettura, che sembra a sua volta difficile da provare, chiama invece in causa i numerosi mulini che sorgevano nell’area, e di cui vi sono ancora i resti nella parte finale del canale, alimentati dalle sorgenti d’acqua presenti in loco. Anche ammesso che il canale fosse stato funzionale a questa industria, non è chiaro quale fosse lo scopo degli incavi presenti alle pareti. Si è peraltro concordi sul fatto che i mulini siano da riferirsi all’epoca medievale. Le testimonianze archeologiche rinvenute nell’area dimostrano invece come il primo insediamento sia chiaramente di origine romana.

LO STATO ATTUALE DELL’AREA

Si è detto come l’area sia al momento nel più totale abbandono. Non è questo lo spazio per stabilire di chi sia la responsabilità di questo stato di cose. Potremmo puntare il dito contro l’E.On, cioè la multinazionale dell’energia che è proprietaria dell’area. Come potremmo puntare il dito contro la Regione dell’Umbria ed il Comune di Narni, che hanno lasciato inspiegabilmente il sito archeologico fuori dal percorso delle Gole del Nera, quasi come se non esistesse. Scelta che ricalca l’atteggiamento di totale indifferenza adottato dall’amministrazione locale nel corso del suo ultimo mandato. O potremmo anche additare delle colpe alla Sovrintendenza dell’Umbria, che pur conoscendo in linea di massima la questione, non ha fatto mai nulla di concreto per approfondirla. Sappiamo tuttavia che solo due volte negli ultimi dieci anni il sito è stato disboscato e reso accessibile per delle visite, e questo è stato possibile proprio quando l’E.On ed il Comune di Narni hanno lavorato insieme per rispondere agli appelli di noi volontari, riunitici nell’associazione culturale “Porto di Narni, approdo d’Europa”. La collaborazione tra questi due soggetti rimane pertanto essenziale in ottica futura, pure considerando come la presenza di dighe a monte limiterebbe comunque la piena fruibilità dell’area. L’integrità dei resti archeologici inseriti nel canale risulta peraltro a forte rischio: una condotta di scarico va infatti a sfociare proprio all’interno del bacino, rendendolo un acquitrino melmoso dove è impossibile poter effettuare delle rilevazioni. Senza inoltre considerare come le due pareti siano completamente inghiottite dalla vegetazione (vedi foto sotto). Non sembra pertanto un caso che gli archeologi possibilisti rispetto all’ipotesi di un’antica struttura cantieristica siano proprio quei pochi che il sito hanno avuto la fortuna di vederlo disboscato, potendo con i loro occhi valutare l’imponenza dell’opera idraulica realizzata con lo scavo del canale.

CONCLUSIONI

Potremmo concludere con delle questioni, tipo ad esempio: ammesso che gli incavi servissero per la costruzione di un ponte, quale fu la funzione del canale parallelo al fiume Nera ? A quale epoca andrebbe fatto risalire ? Perchè scavare un canale lungo 280 metri, e tagliare per larga parte di esso una pietra durissima, e poi volerlo superare con un ponte di misure presumibilmente imponenti ? E ammesso che il porto vada riconnesso all’età imperiale, escludendo quindi qualsiasi connessione con i fatti delle epoche precedenti, dov’è che le barche fluviali venivano costruite se è proprio in quel punto che il Nera diventa navigabile ? Come potette il console Pisone giungere a Roma con il suo seguito se un numero sufficiente di scafi non fosse stato disponibile al momento del suo arrivo a Narni ? E se nessun autore prima del XXI secolo aveva mai citato il canale, come è possibile che Robusti si fosse sbilanciato in una considerazione così diretta circa l’origine del toponimo Stifone ? Se avesse conosciuto l’ubicazione del porto, avrebbe quantomeno dovuto indicarla nella guida del territorio narnese da lui compilata, proprio a sostegno della sua lettura sulla costruzione di barche. Lasciamo aperte queste domande, invitando gli esperti della disciplina, e gli amatori della materia, ad elaborare le loro riflessioni in merito. Vogliamo allora chiudere il discorso con le giuste considerazioni di un’archeologa che si era interessata all’argomento, trovandoci con lei pienamente d’accordo sulla necessità di bonificare prima l’area, risultando altrimenti impossibile poter finalmente ad arrivare a delle spiegazioni attendibili e condivise. <<Si deve ricordare che la zona non è mai stata oggetto di indagini archeologiche né di prospezioni, ma solo di ricognizioni, e di rilievo topografico delle strutture in occasione di una ripulitura della zona dalla fitta vegetazione. Prima di qualsiasi altra argomentazione, appare indispensabile un’adeguata indagine archeologica della zona, fra l’altro interessata da numerose altre testimonianze di epoca romana>> (Peruzzi, 2013). Da parte nostra, potremmo attivarci affinché il sito venga nuovamente disboscato, a costo di coinvolgere volontari. E potremmo anche organizzare un convegno a Narni sull’argomento, aperto appunto ad archeologici che abbiano delle ipotesi sull’origine di quella misteriosa struttura. Con questo articolo crediamo di aver intanto ribadito la serietà dei nostri sforzi di ricerca. Non siamo archeologici, e non abbiamo la pretesa di invadere il campo di nessuno. Ci siamo però documentati bene, e di questo ci piacerebbe che ce ne fosse dato atto. Se quei resti non saranno attinenti ad una struttura cantieristica, a noi non cadrà sicuramente il mondo. Vi invitiamo tuttavia a valutare il quadro a 360 gradi. Dieci anni di scetticismo ed indifferenza non hanno infatti prodotto alcun risultato, se non quello di leggere mappe che ancora indicano il sito come “presunto porto romano”, o commenti che invitano a cercare i resti dell’antico porto nelle profondità del fiume all’altezza di Stifone, dove il Nera non era ancora navigabile. C’è un sito archeologico da salvare, a prescindere da dove gli antichi costruivano gli scafi per la navigazione del fiume. E speriamo che almeno su questo punto si sia tutti in sintonia.

Christian Armadori

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »